Salvatore Fortunato: SAINZ DE LA MAZA Complete Music for guitar
(Brilliant Classics)
La musica per chitarra dei fratelli Regino ed Eduardo Sainz de la Maza rappresenta una delle testimonianze più significative della scuola chitarristica spagnola del Novecento. Appartenenti alla stessa famiglia, alla stessa generazione storica e alla medesima tradizione culturale, i due compositori svilupparono tuttavia linguaggi profondamente diversi, quasi complementari: più estroverso, virtuosistico e legato alla tradizione nazionale quello di Regino; più introspettivo, armonicamente raffinato e vicino a una sensibilità impressionistica quello di Eduardo.
Il progetto discografico di Salvatore Fortunato dedicato all’integrale delle loro opere per chitarra assume quindi un valore particolarmente importante. Non si tratta soltanto di raccogliere in un’unica pubblicazione un repertorio ampio e raramente affrontato nella sua completezza, ma di restituire un’immagine articolata di una stagione fondamentale della chitarra spagnola, nella quale lo strumento diventa luogo di identità nazionale, ricerca timbrica, virtuosismo concertistico e memoria poetica.
Regino Sainz de la Maza occupa un posto centrale nella storia della chitarra del Novecento. Concertista di fama internazionale, docente e figura di riferimento per la diffusione dello strumento, è ricordato anche per essere stato il dedicatario e il primo interprete del celebre Concierto de Aranjuez di Joaquín Rodrigo. Questa posizione storica permette di comprendere meglio anche la sua produzione originale: una musica pensata da un chitarrista per la chitarra, profondamente idiomatica, brillante, legata al gesto esecutivo e alla tradizione popolare spagnola.
Brani come Alegrías, Zapateado, Seguidilla-Sevillana, Soleá, Rondeña, Petenera o El Vito mostrano con chiarezza il lato più caratteristico della scrittura di Regino. Il riferimento alle forme popolari e alle danze spagnole è evidente, ma non si riduce mai a puro colore locale. La chitarra viene trattata come strumento vivo, ritmico, teatrale, capace di alternare slancio, canto, percussività e virtuosismo. La componente nazionale diventa così materia musicale concreta: ritmo, accento, articolazione, fraseggio, energia del gesto.
Accanto a queste pagine di carattere più immediato, Regino mostra anche una dimensione più raccolta in brani come Cantilena, Preludio-Studio, Meditación o Recuerdo. Qui la scrittura si fa più intima, più concentrata, lasciando emergere una cantabilità essenziale e una cura del suono che bilanciano l’aspetto più brillante del suo catalogo. La chitarra non è soltanto strumento di danza e virtuosismo, ma anche voce lirica, capace di raccogliere in poche battute una memoria affettuosa o un pensiero sospeso.
Particolarmente interessante è La frontera de Dios, ciclo nel quale il linguaggio di Regino sembra aprirsi a una dimensione più narrativa e spirituale. I diversi movimenti costruiscono un piccolo percorso di immagini, atmosfere e stati interiori, mostrando una scrittura meno legata al pezzo di carattere e più vicina a una concezione ciclica del discorso musicale. In questa pagina si coglie il tentativo di ampliare l’orizzonte espressivo della chitarra senza abbandonare la chiarezza idiomatica dello strumento.
Eduardo Sainz de la Maza rappresenta invece l’altra anima del disco. Meno legato alla dimensione pubblica del grande virtuoso e più orientato verso una ricerca poetica e introspettiva, Eduardo costruisce un mondo musicale di grande fascino, nel quale la tradizione spagnola viene filtrata attraverso armonie più moderne, colori impressionistici e una particolare attenzione alla suggestione letteraria e visiva. La sua musica non cerca l’effetto immediato, ma un’atmosfera, una vibrazione interiore, una forma di racconto più sfumato.
Laberinto è già un titolo rivelatore: la chitarra vi appare come spazio mentale, percorso interiore, gioco di direzioni e risonanze. In Eduardo la scrittura tende spesso a suggerire più che a dichiarare; il materiale musicale sembra procedere per immagini, per ombre, per allusioni. Anche quando il riferimento alla tradizione spagnola è presente, esso viene trasformato in una materia più sottile, meno esteriore, spesso attraversata da una malinconia luminosa.
Il ciclo Platero y yo costituisce uno dei nuclei più significativi della produzione di Eduardo e dell’intero disco. Ispirato al celebre libro di Juan Ramón Jiménez, il lavoro non si limita a descrivere episodi o personaggi, ma cerca di tradurre in suono la tenerezza, la fragilità e la qualità poetica del testo letterario. Movimenti come Platero, El loco, La azotea, Darbón, Paseo, La tortuga, La muerte e A Platero en su tierra formano una successione di quadri nei quali la chitarra diventa voce narrativa, paesaggio, memoria e sentimento.
In queste pagine Eduardo mostra una sensibilità profondamente diversa da quella del fratello. Il virtuosismo è meno evidente, spesso nascosto dentro la qualità del colore, dell’armonia e del fraseggio. La difficoltà non risiede soltanto nell’esecuzione, ma nella capacità di rendere vivo un mondo poetico fatto di delicatezza, silenzi, sfumature e immagini interiori. La chitarra non racconta in modo descrittivo, ma evoca, suggerisce, accompagna l’ascoltatore dentro una dimensione quasi letteraria.
Altre pagine come Bolero, Habanera, Evocación Criolla, Soñando Caminos e Campanas del Alba ampliano ulteriormente il ritratto di Eduardo. Vi si riconosce una scrittura capace di muoversi tra danza, memoria e colore, ma sempre con un’eleganza controllata e una forte identità timbrica. Campanas del Alba, in particolare, appartiene a quelle pagine in cui la chitarra sembra farsi paesaggio sonoro: le risonanze, gli armonici e il gioco delle campane evocano una luce sospesa, quasi irreale, lontana da ogni descrittivismo banale.
Il valore di questa integrale sta proprio nel mettere in dialogo due mondi distinti ma complementari. Regino rappresenta la chitarra come gesto, presenza scenica, energia nazionale e virtuosismo idiomatico; Eduardo la trasforma in spazio poetico, immagine, colore e riflessione interiore. Entrambi, però, contribuiscono a definire una parte essenziale della modernità chitarristica spagnola, mostrando quanto lo strumento potesse essere insieme radicato nella tradizione e aperto a nuove possibilità espressive.
Salvatore Fortunato affronta questo repertorio come un percorso unitario, evitando di ridurre i due autori a semplici categorie contrapposte. La sfida interpretativa consiste proprio nel passare dalla brillantezza ritmica di Regino alla raffinatezza evocativa di Eduardo, mantenendo sempre chiara la differenza dei caratteri ma anche la continuità di una stessa cultura musicale. È un lavoro che richiede solidità tecnica, senso dello stile, controllo del suono e una particolare attenzione alla natura narrativa di molte pagine.
Il risultato è una pubblicazione di grande interesse, perché restituisce alla chitarra un patrimonio spesso conosciuto solo in modo frammentario. L’integrale delle opere dei fratelli Sainz de la Maza non è soltanto un documento discografico, ma un viaggio attraverso due modi diversi di intendere la chitarra spagnola del Novecento: da un lato lo strumento concertistico, popolare e virtuosistico; dall’altro lo strumento poetico, visionario e introspettivo.
Questo disco permette quindi di ascoltare Regino ed Eduardo non come figure secondarie rispetto ai grandi nomi del repertorio spagnolo, ma come autori capaci di offrire alla chitarra una voce originale e necessaria. Nelle loro differenze, i due fratelli mostrano la straordinaria ricchezza di uno strumento capace di danzare, cantare, evocare, raccontare e trasformare la memoria di una tradizione in linguaggio vivo.
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