Michele Di Filippo:
ROLAND DYENS: Guitar Works
(Da Vinci Classics)
La musica di Roland Dyens occupa un posto del tutto particolare nel repertorio chitarristico contemporaneo. Chitarrista, compositore, arrangiatore e improvvisatore, Dyens ha saputo costruire un linguaggio immediatamente riconoscibile, nel quale la tradizione classica, il jazz, la canzone francese, la musica brasiliana e l’improvvisazione convivono con naturalezza, senza mai diventare semplice contaminazione esteriore.
Il progetto discografico di Michele Di Filippo dedicato alle opere per chitarra di Dyens nasce proprio dall’esigenza di restituire questa molteplicità. Non si tratta di presentare soltanto una raccolta di brani brillanti o virtuosistici, ma di attraversare un mondo musicale estremamente vario, nel quale la chitarra diventa strumento di racconto, memoria, gioco, nostalgia, ironia e invenzione timbrica.
In Dyens è spesso difficile separare il compositore dal chitarrista. La sua scrittura nasce da una conoscenza profonda dello strumento, ma non resta mai chiusa dentro i suoi automatismi. Al contrario, la chitarra viene spinta continuamente a parlare lingue diverse: ora assume una voce lirica e malinconica, ora diventa strumento ritmico, ora evoca atmosfere popolari, ora si apre a gesti improvvisativi e a colori quasi orchestrali.
Santo Tirso apre idealmente questo percorso mostrando subito la natura sfaccettata del linguaggio di Dyens. Il riferimento alla città portoghese diventa occasione per costruire un paesaggio sonoro fatto di contrasti, delicatezza tematica e tensione virtuosistica. La difficoltà tecnica non è mai fine a se stessa, ma serve a creare un clima narrativo, quasi pittorico, nel quale l’ascoltatore viene condotto dentro uno spazio evocativo e personale.
Le Trois pièces polyglottes rappresentano uno dei momenti più significativi del disco. Il titolo suggerisce già l’idea di una musica capace di parlare più lingue: Sols D’Ièze, costruito intorno alla nota sol diesis, ha il carattere di una variazione libera e strutturata; Valse des loges richiama il mondo della danza con leggerezza e raffinatezza; Flying wigs unisce malinconia, movimento e una particolare delicatezza espressiva. In queste pagine emerge con chiarezza la capacità di Dyens di trasformare un’idea semplice in un piccolo universo poetico.
Un ruolo importante è affidato anche agli arrangiamenti di canzoni francesi come Revoir Paris, Syracuse e La Bicyclette. Qui Dyens mostra una delle sue qualità più rare: la capacità di trascrivere senza impoverire, di portare sulla chitarra una musica nata altrove restituendole una nuova identità. La canzone non viene semplicemente adattata allo strumento, ma reinventata attraverso il timbro, l’armonia, il fraseggio e una sensibilità profondamente teatrale.
Songe Capricorne apre invece una dimensione più visionaria e sospesa. La musica sembra muoversi in uno spazio meno terreno, più legato al sogno, all’immaginazione e a una forma di descrittivismo interiore. Dyens osserva il mondo esterno, ma lo trasforma sempre in autoritratto: anche quando evoca un luogo, un’immagine o un’atmosfera, sembra in realtà cercare qualcosa di sé.
Le Trois Saudades rivelano il legame profondo di Dyens con la musica brasiliana e con alcune figure fondamentali della sua vita musicale. La saudade non è qui soltanto nostalgia, ma una condizione emotiva più complessa, fatta di mancanza, affetto, memoria e desiderio. In queste pagine il riferimento latinoamericano non diventa colore di superficie, ma forma del sentimento: ritmo, canto e malinconia si fondono in una scrittura di grande naturalezza.
Alba nera prosegue questa linea con un carattere più scuro e introspettivo. Il ritmo di habanera diventa il punto di partenza per una pagina intensa, sospesa tra sensualità, malinconia e inquietudine. Anche qui Dyens evita ogni effetto esteriore: ciò che interessa non è il riferimento stilistico in sé, ma la possibilità di trasformarlo in una voce personale, intima e riconoscibile.
La Libre Sonatine costituisce probabilmente il centro espressivo del disco. Articolata nei tre movimenti India, Largo e Fuoco, nasce da un’esperienza biografica profonda legata alla malattia e a un intervento al cuore. La musica attraversa così tre stati emotivi diversi: il disordine, la sospensione, il ritorno alla vita. India ha un carattere inquieto e caotico; Largo introduce una dimensione più raccolta e sospesa; Fuoco libera infine un’energia ritmica travolgente, quasi fisica, nella quale la chitarra diventa corpo pulsante e forza vitale.
Lettre encore…, tratta dal mondo delle 20 lettres, chiude idealmente il percorso con un gesto breve e allusivo. Le “lettere” di Dyens sono frammenti, dediche, piccoli messaggi musicali rivolti ad amici, interpreti, figure care. In questa dimensione più intima si riconosce un altro aspetto fondamentale del compositore: la capacità di condensare in pochi istanti un carattere, un ricordo, un affetto, lasciando intravedere un mondo più ampio di quello che la brevità del brano sembrerebbe contenere.
Il valore di questa pubblicazione sta nella capacità di mostrare Dyens non solo come autore di pagine celebri e amate dai chitarristi, ma come musicista completo, capace di trasformare la chitarra in uno strumento narrativo e multilingue. La sua musica richiede virtuosismo, ma soprattutto immaginazione; chiede precisione, ma anche libertà; chiede controllo del suono, ma anche disponibilità al gioco, all’improvvisazione, al rischio.
Michele Di Filippo affronta questo repertorio come un viaggio attraverso le molte identità di Dyens: il compositore colto, l’improvvisatore, l’arrangiatore, il poeta della nostalgia, il musicista affascinato dal Brasile, dalla canzone, dal jazz e dalla possibilità continua di reinventare la chitarra. Ne emerge un ritratto vivo e sfaccettato, nel quale ogni brano contribuisce a illuminare una diversa parte dello stesso universo creativo.
Il risultato è un disco che invita ad ascoltare Roland Dyens come una delle voci più originali della chitarra contemporanea. La sua musica non appartiene a una sola tradizione e proprio per questo continua a parlare con forza al presente: perché unisce rigore e libertà, scrittura e improvvisazione, memoria e invenzione, trasformando la chitarra in uno spazio aperto, mobile e profondamente umano.
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