Michele Di Filippo:
HARRIS: complete works for guitar
(Brilliant Classics)
Le opere contenute in questo CD rappresentano un’occasione preziosa per riscoprire una figura singolare del Novecento musicale: Albert Harris, compositore, arrangiatore, orchestratore e chitarrista, attivo tra Europa, Stati Uniti e Nuova Zelanda, capace di muoversi con naturalezza tra musica colta, cinema, televisione, jazz e repertorio da concerto.
La scelta di Michele Di Filippo di dedicare un’intera pubblicazione alle opere per chitarra sola di Harris non ha soltanto valore documentario, ma assume il significato di una vera riscoperta artistica. Il catalogo chitarristico di Harris non è vastissimo, ma possiede una coerenza sorprendente: ogni pagina rivela una scrittura elegante, misurata, sempre attenta alle possibilità dello strumento e mai ridotta a semplice esercizio idiomatico.
Harris appartiene a quella categoria di musicisti che hanno vissuto la musica come mestiere, pensiero e invenzione quotidiana. La sua esperienza di arrangiatore e orchestratore per il cinema e per l’industria musicale americana gli permise di sviluppare una particolare sensibilità per il colore, la chiarezza delle linee, l’efficacia del gesto sonoro e la costruzione immediata dell’atmosfera. Allo stesso tempo, la sua scrittura per chitarra mostra una solida consapevolezza formale e un gusto raffinato per la variazione, la polifonia e l’equilibrio tra canto e architettura.
È proprio questa doppia natura a rendere affascinante la sua musica. Da un lato vi si avverte il mestiere dell’arrangiatore, capace di ottenere molto con pochi mezzi e di far emergere una melodia o una progressione armonica con naturalezza quasi cinematografica. Dall’altro lato si riconosce il compositore colto, attento alla forma e alla qualità del materiale musicale. La chitarra diventa così il luogo ideale in cui queste due anime possono convivere: strumento intimo e timbricamente ricco, ma anche capace di sostenere strutture più ampie e articolate.
La Sonatina è una delle pagine più significative del programma. Nei suoi tre movimenti — Allegro moderato, Aria e Rondo — si manifesta con chiarezza la capacità di Harris di unire freschezza melodica e controllo formale. Il primo movimento procede con limpidezza e naturalezza; l’Aria introduce una dimensione più raccolta e cantabile, quasi vocale; il Rondo conclusivo restituisce il gusto per il movimento, per l’articolazione brillante e per una leggerezza intelligente, mai superficiale.
Nella Suite, articolata in sette brevi movimenti, Harris costruisce invece una successione di quadri sonori: Prologue, Pastorale, Song Without Words, March, Waltz, Ariette triste, Finale and Epilogue. Ogni brano possiede un carattere preciso e definito, quasi fosse una piccola scena autonoma. La scrittura è essenziale, ma mai povera; elegante, ma non decorativa. In particolare, emerge la fiducia di Harris nella melodia, nella capacità della chitarra di cantare senza parole e di evocare atmosfere diverse attraverso minime variazioni di colore, ritmo e articolazione.
Hommage to Unamuno apre una prospettiva più meditativa. Il riferimento a Miguel de Unamuno non sembra ridursi a un semplice omaggio letterario, ma suggerisce un rapporto più profondo con la cultura spagnola e con una dimensione spirituale e intellettuale della musica. Harris evita ogni forma di spagnolismo esteriore: non cerca il colore locale o l’effetto pittoresco, ma una forma di gravità interiore, una tensione sobria e controllata. La chitarra diventa qui strumento di pensiero, più che di descrizione.
L’Intermezzo, pur nella sua brevità, è una pagina rivelatrice. Harris vi concentra molte delle qualità più riconoscibili del proprio linguaggio: equilibrio, chiarezza, discrezione espressiva, attenzione alle sfumature armoniche. È una musica che non cerca grandi contrasti, ma vive nella precisione del dettaglio e nella capacità di suggerire più che dichiarare.
Le Variations and Fugue on a Theme of Handel rappresentano probabilmente l’opera più ambiziosa e strutturalmente complessa del disco. Il riferimento a Handel colloca il brano in una lunga tradizione di variazioni su temi antichi, ma Harris non utilizza il materiale barocco come semplice esercizio di stile. Il tema diventa il punto di partenza per un percorso di trasformazione progressiva, nel quale la chitarra è chiamata a mostrare le proprie possibilità melodiche, armoniche, timbriche e contrappuntistiche.
La dedica ad Andrés Segovia conferisce a questa pagina un particolare valore storico. Harris scrive per una chitarra pienamente concertistica, capace di sostenere una forma ampia e un discorso musicale complesso. Le variazioni modificano continuamente il profilo del tema, ne rivelano aspetti nascosti, lo conducono verso una fuga conclusiva in cui la disciplina contrappuntistica non soffoca lo strumento, ma ne mette in risalto la capacità di organizzare un pensiero polifonico chiaro e coerente.
Le 3 Fantastic Dances chiudono idealmente il percorso con una concentrazione di energia e brillantezza. In queste brevi pagine Harris dimostra una notevole padronanza della forma breve: ogni danza possiede un gesto netto, un carattere riconoscibile, una tensione ritmica precisa. Anche qui la difficoltà non è soltanto tecnica, ma interpretativa: occorre evitare che la brillantezza diventi semplice effetto e restituire, invece, la densità espressiva nascosta nella concisione.
L’integrale proposta da Michele Di Filippo permette quindi di attraversare le principali dimensioni della scrittura chitarristica di Harris: la forma classica della Sonatina, la successione di miniature della Suite, la profondità evocativa dell’Hommage to Unamuno, la misura dell’Intermezzo, l’architettura delle Variations and Fugue e la vitalità delle Fantastic Dances. Ne emerge il ritratto di un compositore difficilmente collocabile in una sola tradizione, e proprio per questo particolarmente interessante.
Harris è un autore “tra mondi”: tra Europa e America, tra repertorio classico e cultura jazzistica, tra sala da concerto e studio di registrazione, tra scrittura colta e musica applicata. Questa posizione laterale, che forse ha contribuito a tenerlo ai margini dei grandi racconti del Novecento musicale, è oggi uno degli aspetti che rendono la sua musica più attuale. In lui non vi è contraddizione tra mestiere e ispirazione, tra chiarezza e raffinatezza, tra comunicatività e ricerca formale.
L’interprete è chiamato a un compito sottile: non appesantire ciò che nasce dalla leggerezza, non enfatizzare ciò che è volutamente misurato, non trasformare l’eleganza in maniera. Questa musica richiede controllo del suono, senso della forma, attenzione alle risonanze e capacità di far respirare il fraseggio senza perdere la continuità del discorso.
Il risultato è un disco che invita a riconsiderare Albert Harris non come figura secondaria o marginale, ma come autore capace di offrire alla chitarra un repertorio originale, intelligente e profondamente musicale. La sua scrittura non cerca rivoluzioni appariscenti, ma costruisce un mondo sonoro riconoscibile, fatto di equilibrio, cantabilità, ironia leggera, malinconia controllata e limpidezza formale.
Questa pubblicazione restituisce dunque alla chitarra un autore da ascoltare con attenzione nuova. Non un compositore minore da collocare ai margini della storia, ma un musicista capace di trasformare la propria esperienza multiforme in un linguaggio intimo, elegante e necessario.
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