Alessandro Dominguez:
EXORDIUM
(Da Vinci Classics)
Le opere contenute in questo CD rappresentano un percorso di grande interesse all’interno del repertorio chitarristico del Novecento. Exordium, progetto discografico di Alessandro Dominguez, riunisce alcune pagine nelle quali la chitarra viene considerata non più soltanto come strumento lirico, intimo o legato alla tradizione popolare, ma come luogo di sperimentazione formale, timbrica e compositiva.
Il titolo stesso, Exordium, rimanda all’idea di un inizio, di una soglia, di un’apertura. In questo caso, l’apertura è duplice: da un lato quella dell’ascolto verso mondi musicali profondamente diversi tra loro; dall’altro quella della chitarra verso una dimensione pienamente novecentesca, capace di sostenere forme ampie, architetture complesse e linguaggi lontani dalla consueta immagine salottiera o pittoresca dello strumento.
Il programma accosta quattro autori molto diversi: Dušan Bogdanović, Miklós Rózsa, Alberto Ginastera e Vicente Asencio. Non si tratta di una semplice raccolta di brani per chitarra sola, ma di un percorso che mette in evidenza alcune delle principali direzioni assunte dallo strumento nel secondo Novecento: l’apertura al jazz e alle musiche popolari, il rapporto con il cinema e con la scrittura sinfonica, la rielaborazione del folklore latinoamericano, la spiritualità mediterranea e il legame con la grande tradizione spagnola.
La Sonata I di Dušan Bogdanović apre il disco con un linguaggio estremamente personale, in cui convivono rigore formale, energia ritmica, richiami balcanici, suggestioni jazzistiche e un uso della chitarra fortemente moderno. Bogdanović appartiene a quella categoria di compositori-performer che conoscono lo strumento dall’interno e che, proprio per questo, riescono a spingerlo verso territori complessi senza snaturarne la voce. La sua scrittura è spesso densa, poliritmica, attraversata da tensioni improvvise e da una vitalità quasi improvvisativa, ma resta sempre legata a una chiara idea architettonica.
Nel primo movimento, Allegro ritmico, la componente ritmica diventa il vero motore del discorso musicale. La chitarra non canta soltanto, ma pulsa, incalza, costruisce spazi sonori attraverso accenti, contrasti e cellule ostinate. L’Adagio espressivo introduce invece una dimensione più raccolta e rapsodica, quasi sospesa, nella quale il tempo sembra allargarsi e la scrittura assume un carattere più introspettivo. Il terzo movimento, Moderato un poco tenebroso, porta con sé un clima enigmatico, fatto di accordi scuri, tensioni armoniche e richiami ciclici al materiale precedente. L’Allegro molto conclusivo restituisce infine una vitalità quasi dionisiaca, in cui la complessità non nasce dall’astrazione, ma da un rapporto fisico, diretto e teatrale con il ritmo.
Con la Sonata op. 42 di Miklós Rózsa il disco si sposta in un territorio completamente diverso. Rózsa è noto soprattutto per la sua attività nel cinema, ma la sua produzione da concerto conserva un ruolo fondamentale all’interno della sua identità di compositore. La Sonata per chitarra appartiene alla fase tarda della sua produzione e mostra un autore capace di coniugare memoria europea, esperienza hollywoodiana e una scrittura fortemente personale.
Rispetto a Bogdanović, Rózsa utilizza una tavolozza timbrica più tradizionale, ma non per questo meno intensa. La sua modernità non passa tanto attraverso effetti sperimentali o sonorità estreme, quanto attraverso l’uso di una tonalità ampliata, di collegamenti armonici inattesi e di un senso del mistero che attraversa l’intera composizione. Il primo movimento, Moderato, costruisce un dialogo teso e sorvegliato, nel quale la linea melodica sembra muoversi dentro un paesaggio instabile. Il secondo movimento, Molto moderato, quasi canzone, rivela invece il lato più lirico del compositore: una sorta di canto trattenuto, intimo, in cui la chitarra assume una voce quasi vocale. Il Rondò finale, Allegro frenetico, libera l’energia accumulata nei movimenti precedenti e porta la sonata verso una conclusione brillante, virtuosistica e teatrale.
La Sonata op. 47 di Alberto Ginastera rappresenta uno dei vertici assoluti del repertorio chitarristico del Novecento. Scritta nel 1976, è l’unica opera originale per chitarra del compositore argentino, ma appare come una sintesi straordinaria del suo mondo musicale. Ginastera affronta la chitarra non come strumento da evocare in modo decorativo, ma come corpo sonoro ricco di possibilità: canto, percussione, rumore, risonanza, gesto ritmico, colore arcaico e modernità timbrica convivono in una scrittura di grande forza espressiva.
Il primo movimento, Esordio, dà probabilmente il senso più profondo del titolo del disco. È una porta d’ingresso solenne e misteriosa, in cui la chitarra sembra nascere da un gesto primordiale. Il materiale musicale si sviluppa tra accordi, risonanze e linee cantabili, alternando elementi lirici e percussivi. Lo Scherzo introduce un mondo notturno, rapido, sfuggente, quasi magico, fatto di luci e ombre, di contrasti dinamici e di effetti timbrici che spingono lo strumento verso una dimensione visionaria. Il Canto è il momento più lirico e rapsodico della sonata: una pagina di grande intensità, nella quale la chitarra abbandona momentaneamente l’asprezza ritmica per assumere una voce più distesa e poetica. Il Finale, vivo e focoso, richiama con forza i ritmi della musica argentina e conduce l’opera verso una conclusione impetuosa, quasi una toccata, in cui il folklore non è citazione esteriore ma energia profonda, trasformata in linguaggio moderno.
La presenza della Suite mistica di Vicente Asencio amplia ulteriormente la prospettiva del disco. Dopo le tre grandi sonate, questa pagina introduce una dimensione più spirituale, mediterranea e raccolta. Asencio, pur non essendo chitarrista, ebbe un rapporto profondissimo con lo strumento e contribuì in modo significativo al repertorio spagnolo del Novecento. La sua scrittura non cerca l’effetto spettacolare, ma lavora sulla densità del colore, sulla tensione interiore e su una forma di intensità espressiva che nasce spesso dalla misura.
La Suite mistica è articolata in tre movimenti: Getsémani, Dipsô e Pentecostés. Il riferimento religioso non è semplicemente descrittivo, ma diventa un percorso drammatico e spirituale. Getsémani evoca l’ombra, l’attesa, la solitudine. Dipsô, legato al tema della Passione, ha un carattere recitativo e intensamente doloroso. Pentecostés porta invece una luce nuova, una forma di liberazione e di slancio conclusivo. In questa suite la chitarra diventa strumento di meditazione, capace di suggerire più che dichiarare, di costruire una tensione emotiva attraverso il controllo del suono, del respiro e del silenzio.
Il valore di Exordium sta proprio nella capacità di far convivere queste diverse anime della chitarra novecentesca. Bogdanović mostra uno strumento ritmico, polifonico, aperto alla contaminazione e alla complessità. Rózsa rivela una chitarra narrativa, capace di contenere mistero, canto e tensione teatrale. Ginastera porta lo strumento verso una dimensione arcaica e moderna insieme, in cui il folklore argentino viene trasformato in forma astratta e visionaria. Asencio chiude il percorso con una chitarra spirituale, concentrata, profondamente mediterranea.
Alessandro Dominguez affronta questo repertorio come un vero itinerario musicale, non come una semplice successione di brani impegnativi. La difficoltà di un programma di questo tipo non è soltanto tecnica, pur essendo evidente l’impegno richiesto da ciascuna pagina. La vera sfida è interpretativa: dare identità a quattro mondi diversi senza perdere l’unità complessiva del disco; passare dalla densità ritmica di Bogdanović alla tensione narrativa di Rózsa, dall’esplosione timbrica di Ginastera alla spiritualità raccolta di Asencio, mantenendo sempre chiara la direzione del discorso.
Queste opere dimostrano come la chitarra, nel Novecento, abbia progressivamente conquistato una piena dignità formale. Non è più soltanto lo strumento della miniatura, della danza, del colore locale o dell’intimità domestica, ma uno strumento capace di sostenere la forma-sonata, la costruzione ciclica, la scrittura contrappuntistica, l’esplorazione timbrica e la tensione drammatica. In questo senso, Exordium racconta anche una storia più ampia: quella dell’emancipazione della chitarra come strumento moderno.
Il risultato è un disco che invita l’ascoltatore a superare l’immagine più consueta del repertorio chitarristico e ad entrare in un territorio più ampio, complesso e affascinante. La chitarra che emerge da queste pagine è molteplice: ora percussiva, ora lirica, ora oscura, ora visionaria, ora spirituale. Uno strumento capace di assorbire tradizioni diverse e di trasformarle in pensiero musicale.
Exordium è dunque un titolo particolarmente adatto: non solo l’inizio di un percorso discografico, ma anche l’apertura verso una nuova consapevolezza dello strumento. Un disco che mostra la chitarra come voce pienamente novecentesca, capace di attraversare culture, linguaggi e poetiche differenti senza perdere la propria identità più profonda.
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