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Eugenio Palumbo: 

CALACE 10 Preludes for Solo Mandolin

 (Da Vinci Classics)

‍Il progetto di Eugenio Palumbo dedicato ai 10 Preludi per mandolino solo di Raffaele Calace conduce l’ascoltatore al cuore di una delle stagioni più importanti della storia del mandolino italiano. Calace non fu soltanto un grande virtuoso dello strumento, ma una figura capace di ripensarne il ruolo, ampliandone le possibilità tecniche, espressive e concertistiche. Nella sua produzione il mandolino non appare più come semplice strumento salottiero o popolare, ma come voce solistica autonoma, capace di sostenere un discorso musicale complesso, raffinato e pienamente artistico.

‍I dieci preludi per mandolino solo rappresentano in questo senso un repertorio di particolare interesse. La forma del preludio, libera per natura, permette a Calace di concentrare in pagine brevi una grande varietà di idee: canto, virtuosismo, arpeggio, tremolo, figurazioni rapide, accenti drammatici, momenti lirici e passaggi di intensa brillantezza. Ogni brano sembra nascere da un gesto strumentale preciso, ma non si esaurisce mai nella dimensione tecnica. Il preludio diventa una piccola scena musicale, un frammento poetico, un laboratorio in cui il mandolino mostra la propria ricchezza di colori e possibilità.

‍La scrittura di Calace rivela una conoscenza profonda dello strumento. Il mandolino viene esplorato nella sua natura più autentica: la cantabilità del tremolo, la precisione dell’attacco, la luminosità del registro acuto, la rapidità delle figurazioni, la possibilità di creare tensione attraverso il contrasto tra suono sostenuto e articolazione percussiva. Questa varietà rende i Preludes pagine tutt’altro che uniformi: ciascuno possiede un carattere riconoscibile, una diversa temperatura emotiva, una propria funzione all’interno del ciclo.

‍Uno degli aspetti più affascinanti di questa musica è l’equilibrio tra tradizione italiana e ambizione concertistica. Da un lato si percepisce il legame con il canto, con la melodia, con una sensibilità lirica profondamente mediterranea; dall’altro emerge il desiderio di portare il mandolino verso un repertorio più ampio, più esigente, capace di dialogare con la letteratura solistica degli altri strumenti. Calace scrive pensando al mandolino come a uno strumento completo, non subordinato, capace di esprimere virtuosismo ma anche intimità, brillantezza ma anche malinconia.

‍La dimensione tecnica è naturalmente centrale. Questi preludi richiedono controllo del plettro, pulizia dell’articolazione, precisione ritmica, resistenza, equilibrio tra le voci e padronanza del tremolo. Tuttavia, la difficoltà principale non è soltanto meccanica. Ogni pagina chiede all’interprete di trasformare il gesto tecnico in frase musicale, di evitare l’effetto puramente virtuosistico e di far emergere il carattere espressivo nascosto dentro la scrittura. È proprio qui che il repertorio rivela la propria qualità: la tecnica non è mai fine a se stessa, ma diventa linguaggio.

‍Eugenio Palumbo affronta questo ciclo valorizzandone la doppia natura: da un lato il valore storico e strumentale, dall’altro la forza musicale. Il rischio, in pagine di questo tipo, sarebbe quello di considerarle soltanto come studi brillanti o prove di abilità. Al contrario, l’ascolto dei Preludes come raccolta unitaria permette di cogliere un percorso più profondo, nel quale il mandolino attraversa stati d’animo diversi e assume di volta in volta il ruolo di voce cantante, strumento virtuosistico, narratore solitario e piccolo teatro sonoro.

‍Il lavoro di Calace appare ancora oggi sorprendentemente moderno proprio per questa capacità di dare dignità autonoma allo strumento. In un’epoca in cui il mandolino era spesso legato a un’immagine leggera o d’intrattenimento, egli ne comprese le potenzialità concertistiche e ne costruì un repertorio capace di richiedere all’esecutore non soltanto abilità, ma pensiero musicale. I 10 Preludi appartengono pienamente a questa visione: sono pagine brevi, ma dense; tecniche, ma espressive; idiomatiche, ma mai chiuse in un semplice esercizio di stile.

‍Il disco consente dunque di riconsiderare Raffaele Calace come uno dei grandi artefici della modernità del mandolino. La sua musica conserva il fascino di una tradizione storica, ma parla ancora con immediatezza per la qualità dell’invenzione, per la chiarezza del gesto e per la profonda conoscenza dello strumento. Attraverso l’interpretazione di Eugenio Palumbo, questi preludi emergono come un ciclo vivo, vario e necessario, capace di mostrare il mandolino nella sua dimensione più nobile: strumento di canto, virtuosismo, memoria e invenzione.

 

Assolo Produzioni Musicali

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